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Scienze sociali in dialogo

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Vera Araújo risponde a delle domande sul tema:

"Livesimply: our global challenge"

Sala Queen Elizabeth II, Londra, 16.11.07

E’  necessario essere povero per aiutare i poveri?

Qui bisogna fare una premessa su cosa significa ‘povero’. Mi ricordo che, anni fa, quando insegnavo a degli studenti di varie parte del mondo, avevo chiesto ad uno dell’Ecuador: che cosa vuol dire ‘povero’ in Ecuador? Rispose: vuol dire non avere neanche da mangiare. Allora ho chiesto ad uno Svizzero: cosa vuol dire essere poveri in Svizzera? E lui mi ha risposto: non avere la macchina. Dunque la percezione della povertà è molto differenziata. Ma penso che essere povero significa usare ed avere quello che è necessario per avere una vita umana e dignitosa. Essere come una pianta che prende dal terreno solo quello di cui ha bisogno. Quello che è di più lo mette in circolazione. Allora bisogna essere poveri per aiutare l’altro povero? Sì, nel senso di portare l’altro ad avere quello che ho io. Non puntare all’eccesso, al non necessario.

C’è un legame tra la fraternità e il “vivere con semplicità”?

E un po’ la continuazione della domanda precedente. Basta girare un po’ per il mondo per rendersi conto che tanti paesi vivono al di sopra della propria possibilità e che altri paesi vivono sotto le loro possibilità. Per riequilibrare questa situazione si dovrebbe riuscire a chiedere ai paesi ricchi di abbassare il loro tenore di vita. Proposta scandalosa – di quelle che fanno perdere immediatamente le elezioni. Se io considero con atteggiamento e mentalità fraterna questi paesi che vivono sotto il livello umano, se considero i loro abitanti i miei fratelli e le mie sorelle, allora questa richiesta non è scandalosa perché in una famiglia non c’è chi mangia e chi non mangia, ma tutti mangiano. Forse si deve mangiare di meno ma bisogna che tutti mangino. Portiamo questo concetto a livello universale: vedremo che c’è un legame molto importante tra una vita semplice e la fraternità universale.

Qual  è l’ostacolo più grande per la fraternità in Brasile?

Ne vedo tanti. Fra tutti qual è il più grande? Forse la capacità del governo di fare alcune riforme strutturali istituzionali che tocchino il problema fondamentale della distribuzione della ricchezza brasiliana. Il Brasile è un paese ricchissimo di risorse naturali e umane. E’ un paese in grande espansione industriale, tecnologica, ma con una distribuzione della ricchezza assolutamente ingiusta perché finora i governi che si sono succeduti non sono riusciti a fare le riforme fondamentali: riforme agraria, della scuola, sanitaria, fiscale. Esistano altri problemi ma le risorse umane sono tali che, una volta fatte le riforme, questi problemi si risolverebbero.
 Con la situazione attuale dell’Islam, ci sono maggiori difficoltà per la solidarietà con l’Africa?
In un mondo globalizzato ogni problema, ogni sfida tocca tutti. Penso che la sfida del rapporto con l’Islam nel nuovo contesto che si è venuto a creare in questi ultimi anni, non tocca il mondo dell’Africa in un modo particolare. Si sente che, ad esempio, tocca più profondamente l’Europa, come ci dimostrano tanti avvenimenti che tutti conosciamo. Quello che io sento e su cui mi sembra importante riflettere è che ogni sfida è anche una nuova possibilità. L’Islam oggi è un simbolo che fa emergere dal profondo di tanti la paura. La paura è un sentimento che alle volte non si riesce razionalizzare. E la paura non è mai stata buona consigliera. Con l’Islam, ma anche con qualsiasi altra realtà, bisogna intavolare un dialogo. Dialogo vuol dire conoscenza l’uno dell’altro, vuol dire apertura l’uno verso l’altro. Non esistono differenze che siano più grandi di quello che abbiamo già in comune. Siamo tutti essere umani. Siamo della stessa umanità. I musulmani non sono “Marziani”. Non vengono da un altra sistema solare. Sono uomini, donne come noi. E’ la nostra paura che li fa diversi, più diversi di quello che sono. Io ho avuto tante possibilità di incontrare gruppi interi di amici musulmani in varie parti del mondo e, insieme, abbiamo costruito una vera fraternità e amicizia. Il fatto è che siamo troppo armati, anzitutto con armi mentali. Dobbiamo essere disarmati. Occorre un disarmo totale. Ci vuole un’inondazione di amicizia, di fiducia, di buona volontà. E vedremmo frutti efficaci e rapidi. Perché il fatto è che non siamo solo noi che abbiamo paura; ricordiamo che anche l’Islam ha paura di noi. Questo è il problema: tutti abbiamo paura di tutti.

Quale ruolo ha la donna nel campo dello sviluppo?

Portare concretezza. Le donne per secoli hanno fatto quadrare i bilanci familiari. E loro sanno meglio degli uomini cosa questo significa. Perciò sanno governare l’economia della famiglia e farlo in modo che arrivi a tutti il necessario. Questo ha dato loro la capacità della concretezza nell’affrontare i problemi. Forse è una mia impressione, ma mi sembra che si parli troppo. Ad esempio, per fare dei progetti ci vogliano convegni, discussioni, libri. Un po’ più di concretezza non farebbe male. E la donna porterebbe, nella concretezza, un tocco di gentilezza.

Nel grande quadro della costruzione di una comunione universale tra ricchi e poveri, tra gli sfruttati e gli sfruttatori, come si inserisce una solidarietà trasformante, un lavorare per capovolgere questo mondo?

Il bene e il male sono sempre coesistiti sul nostro pianeta. Abbiamo sempre dovuto fare conti con la realtà in cui ci troviamo. Ma la grandezza dell’uomo sta nella sua capacità di poter cambiare le cose. Tante volte con i giovani sento il bisogno di dare loro la capacità di credere che le cose possono cambiare. Le istituzioni, le strutture anche quelle di peccato, sono la somma dei peccati dei singoli. Ma, come ci sono strutture di peccato, così ci sono anche strutture di bene; strutture di solidarietà, strutture d’amore. E siamo sempre noi uomini che le creiamo queste strutture. Dunque questa capacità risiede all’interno, dentro di noi e insieme possiamo costruire qualcosa di buono. Allora tutta questa intelaiatura in cui siamo collocati ci obbliga, ci chiede, oggi più che mai, di cominciare a costruire relazioni umane positive; costruire comunità. E sono queste comunità vere, profonde, che saranno in grado di esprimere anche leggi, strutture, istituzioni nuove. E’ un lavoro che deve durare tanti anni, decenni, centinaia di anni ma, se non cominciamo, durerà millenni. Qualcuno deve cominciare. Per cui dobbiamo essere ottimisti. L’ottimismo è realismo, è credere ancore in noi stessi, è credere ancora nella nostra capacità di essere aperti all’altro ed essere aperti all’azione di Dio nella storia. Se non abbiamo questo ottimismo, che è poi sinonimo di speranza, cadiamo nella malinconia, nell’incapacità di prendere in mano il nostro mondo per farlo diventare migliore, per noi, per i nostri figli, per tutti quelli che verranno dopo di noi. Non vogliamo passare nella storia come una generazione perduta perché temo che il giudizio della storia sul nostro mondo “moderno” – moderno fra virgolette – sarà un po’ pesante. Noi dobbiamo invertire questa tendenza.

Quali sono i veri segni di speranza nel nostro mondo oggi?

I segni della speranza sono tanti. Abbiamo tali strumenti nuovi che se noi li riempiamo di una nuova visione delle cose molto rapidamente si potrebbe fare delle cose bellissime. Un’altra speranza nel mondo di oggi è l’attuale grande rimescolamento di razze, popoli, religioni, etnie. Questo mescolamento, con un tocco magico, si potrebbe trasformare in mondo unito. Non così frammentato e conflittuale, ma unito! Vuol dire con una capacità,  con una potenzialità di creare cose straordinarie, di vivere in maniera bellissima. Questa confusione chiede di essere trasformata in unità dove ognuno è se stesso ma in piena armonia con tutti. Adesso noi viviamo questa grande confusione e alle volte non sappiamo la chiave per ordinarla. La chiave è: “quello che ti sta al fianco”. E’ con lui che si deve iniziare a costruire il mondo unito. Cinquanta anni fa quello che era al mio lato era un inglese come me, ma oggi come miei vicini, da un lato c’è un africano e dall’altro c’è un indiano, e quello che mi sta davanti viene dall’Australia. C’e’ già tutto il mondo qui. Non c’è bisogno di muoversi;  e questo è già una cosa meravigliosa.  Basta pensare alla città di Londra: qui c’è il mondo intero, c’è tutto. Questa città potrebbe essere un laboratorio straordinario dove si sperimenta qualcosa dove altri vengono a guardare e dovrebbero poter dire: guarda, vivono benissimo insieme!

Cosa posso fare io per influire sulla crescita e la promozione della fraternità cosi di portare un vero cambiamento?

Farsi fratelli o farsi sorelle. Ma cosa vuol dire? Vuol dire sopratutto realizzare la fraternità con quello che è nel bisogno, che è nella difficoltà: portarlo là dove sono io. Ma per far questo bisogno prima che io scenda dove è lui. Racconto un piccolo fatterello. Io vado spesso in Brasile nella mia città dove le disuguaglianze sociali sono profonde, evidenti e dure. Una delle volte in cui sono andata, una mia amica che non vedevo da molti anni mi ha invitata a pranzo fuori perché avevamo un mondo di cose da raccontarci. Siamo andate in un ristorante lungo il mare. Abbiamo chiesto del pesce e abbiamo mangiato molto bene, oltre che parlato a lungo. Alla fine abbiamo visto che avanzava tantissimo cibo perché le porzioni che ci avevano portato erano per noi molto grandi, impossibili da mangiare tutte. E io chiedo: ma cosa si fa con questo cibo, sarà buttato? Sarà che il cameriere porta via tutto e poi lo butta? La mia amica mi dice: aspetta un attimo. Va fuori del ristorante dove pullulavano bande di bambini di strada, sporchi, vestiti di stracci. Lei ha chiesto a due di loro di venire dentro. Ha fatto lavare loro le mani e li ha portati al tavolo. Nessuno ha detto niente, né il cameriere, né il proprietario del ristorante. I bambini erano ospiti nostri, abbiamo mangiato insieme, abbiamo conversato, parlato e abbiamo ridato loro dignità. Vedevo negli occhi di quei ragazzini la gioia, ma anche la fierezza.
Quindi, per portare la fraternità: farsi fratelli con chiunque, sempre, e piantare un seme di un mondo nuovo.

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