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Scienze sociali in dialogo

vera araujo smallIn occasione del "2007 Pope Paul VI Memorial Lecture", Vera Araújo svolge il tema

"Livesimply: Our Global Challenge"

Londra, 16 novembre 2007

Su invito di CAFOD (Caritas inglese), Vera Araújo ha portato nel cuore di Londra il tema della fraternità.

L'occasione è stata offerta dal 40° anniversario dell'enciclica Populorum progressio di Paolo VI. CAFOD, molto attiva nel campo dello sviluppo internazionale, ogni anno organizza una conferenza di alto livello su tematiche legate al suo impegno sociale. Quest'anno si è pensato che la grande enciclica di Paolo VI fosse particolarmente adatta allo scopo e, per quanto riguarda il relatore, la scelta è caduta su Vera Araújo, coordinatrice di Social-One.

cafod brochureNella prestigiosa sala Queen Elizabeth II, alla presenza di 650 persone che rappresentavano un po' l'intellighenzia della chiesa cattolica inglese, Vera Araújo ha focalizzato il suo intervento sulla fraternità quale parola chiave di un vero sviluppo.

La nostra sfida globale

E' per me un vero onore questa opportunità di parlare  con voi su una enciclica, la Populorum Progressio, che ha inciso profondo un marchio nella dottrina sociale cristiana e ha segnato un punto elevato del Pontificato di Paolo VI. Come non cogliere i profondi legami di questa enciclica con il vostro programma per il 2007: vivere con semplicità, in modo sostenibile e in solidarietà?

Basta rileggere oggi la Populorum progressio per ritrovarvi intatto quell'afflato di profezia e di speranza che era stato l'atmosfera del Concilio Vaticano II allora appena concluso; quello sguardo acuto di un Papa così sensibile all'universalità del messaggio cristiano col suo carico di contenuti sociali; quella capacità di volare alto pur rimanendo con i piedi ben piantati per terra; quel profetico anticipare tematiche che, in quegli anni, appena, appena si vedevano all'orizzonte. Un documento che non ha mai cessato di interpellare le donne e gli uomini di buona volontà, quelli cioè che hanno a cuore il destino dei popoli e dei singoli.

audience.jpgE' evidente che la Populorum Progressio va collocata nel contesto storico degli anni sessanta e, in esso, va letta e compresa. Ma quello che oggi interessa rilevare è tutto ciò che nel contesto odierno non solo è ancora valido, ma si mostra di stringente attualità e attende concrete, urgenti, attuazioni. Andiamo con ordine, iniziando dalla prima parte.

Questa è la prima enciclica che apre "la questione sociale" su dimensioni planetarie: «Oggi, il fatto di maggior rilievo è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale. (...) I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell'opulenza» (n. 3).

Con queste lapidarie parole Paolo VI compie il grande "salto" che i tempi richiedevano: la "questione sociale", da questione operaia, limitata al conflitto fra due classi, diventa "questione mondiale" proiettandosi quindi sull'orizzonte delle problematiche planetarie che allora stavano appena sorgendo.

Per prima cosa affronta il problema dello sviluppo ponendosi decisamente dalla parte dei deboli, dei vinti degli emarginati, dei popoli più poveri e oppressi.

Per Paolo VI lo sviluppo non è più solo un problema quantitativo - avere di più - ma piuttosto qualitativo: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica». Si tratta di passare da condizioni di vita meno umane a condizioni di vita più umane. E citando il Padre Lebret continua: «noi non accettiamo di separare l'economico dall'umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l'uomo, ogni uomo, ogni gruppo di uomini, fino a comprendere l'umanità intera» (n. 14).

Dunque ogni uomo e l'umanità tutta intera sono chiamati a tale sviluppo plenario che è reso possibile da una fattiva e concreta solidarietà che si dispiega nello spazio e nel tempo: «Le civiltà nascono, crescono e muoiono, ma come le ondate dell'alta marea penetrano ciascuna un po' più a fondo nell'arenile, così l'umanità avanza sul cammino della storia. Eredi delle generazioni passate e beneficiari dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della famiglia umana» (n. 17).

Nonostante che molti oggi abbiano assimilato questo concetto di sviluppo plenario[1] siamo ben lontani dal realizzarlo.

E' dura a morire l'idea che lo sviluppo è possibile imitando i paesi ricchi nel loro processo di modernizzazione, e ancor più difficile accettare che ci siano dei paesi che non vogliono imitare il mondo occidentale e tanto meno considerarlo un modello[2].

Paolo VI voleva uno sviluppo integrale: «Lo sviluppo per essere autentico, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo» (n. 14).

Può sembrare un manifesto bello ma astratto, questo nuovo umanesimo che viene richiesto; ed invece non lo è, perché subito viene riempito di obbiettivi concreti: uscire dalla miseria, vincere i flagelli sociali, ampliare le conoscenze, acquisire cultura. Di più: una vita più austera, cooperare al bene comune, volere la pace. Ancor di più: riconoscere i valori supremi, Dio, trovare la fede e l'unità (cf. n. 21).

Si tratta di dare un'anima allo sviluppo, di farlo diventare anzitutto una questione antropologica e culturale.

In termini concreti vuol dire che lo sviluppo deve fiorire e crescere all'interno di ogni popolo, divenuto responsabile e artefice della propria storia, del proprio destino, della propria vocazione.

In tempo di globalizzazione questa esigenza non cambia, ma deve fare i conti con i processi di unificazione-frammentazione in atto, con la necessità di coniugare il globale con il locale, o meglio, vivere il locale attraversato dal globale (= multiculturalità, pluralità religiosa, etnica, linguistica, ecc.) [3].

Qui la PP si muove in due direzioni: una di denuncia propositiva e una a livello culturale-spirituale.

Lo sguardo di Paolo VI abbraccia le problematiche più varie: si parla di riforme agrarie da compiere ancora in molti paesi (n. 23); di fuga di capitali (n. 24); di industrializzazione (n. 25); di lavoro (nn. 27-28).

Nella seconda parte dell'enciclica il discorso si rivolge direttamente ai paesi ricchi chiamando in causa i governi e le organizzazioni internazionali. Non è solo una denuncia ma anzitutto un annuncio, un appello, profondamente innovativo. Non si tratta di un semplice aiuto allo sviluppo che viene dall'alto da parte di chi ha di più, ma di concertare insieme, fra chi dà e chi riceve, un concreto programma fatto di studi, obbiettivi, mezzi, organizzazione degli sforzi, coinvolgimento delle popolazioni interessate, previsioni (cf. n. 50).

Il Papa si occupa in modo particolare di un problema centrale oggi come allora: l'equità nelle relazioni commerciali e la necessità di regole internazionali. Siamo ancora lontani da tale traguardo, e con la globalizzazione il problema diventa più acuto perchè le organizzazioni come il FMI, la BM e il WTO sono controllate dai governi dei paesi ricchi, anzi, spesso da lobby che detengono quote enormi di potere economico. Le responsabilità si diversificano e si  allargano.

La parabola del povero Lazzaro e del ricco Epulone (Lc 16, 19-31) richiamata, a proposito di queste questioni, dalla Populorum Progressio al n. 47, sarà ripresa, sviluppata e aggiornata alla situazione attuale da Giovanni Paolo II: «L'ampiezza del fenomeno chiama in causa le strutture e i meccanismi finanziari, monetari, produttivi e commerciali, che poggiando su diverse pressioni politiche, reggono l'economia mondiale (...) queste strutture fanno estendere incessantemente le zone di miseria e, con questa, l'angoscia, la frustrazione e l'amarezza» (Redemptor Hominis  n. 16).

E veniamo alla proposta culturale-spirituale.

Si trova principalmente qui la dimensione più profetica, quella che anticipa un discorso che oggi si sta rivelando poco a poco decisivo.

E' passata l'epoca delle rivoluzioni violente, anche se non quella delle guerre. Ormai c'è un'unica rivoluzione che possa dare risposte credibili, portare cambiamenti efficaci: quella culturale spirituale. Si tratta allora di porre al centro di ogni questione l'uomo e il suo mondo indicando una antropologia che porti le persone a raggiungere maturità, realizzazione, felicità, a coniugare identità e pluralismo.

Vale la pena rileggere il testo. Citando il suo discorso a Bombay (3.12.1964) Paolo VI scrive: «L'uomo deve incontrare l'uomo, le nazioni devono incontrarsi come fratelli e sorelle, come figli di Dio. In questa comprensione e amicizia vicendevole, in questa comunione sacra, noi dobbiamo parimenti cominciare a lavorare insieme per edificare l'avvenire comune dell'umanità» (n. 43).

Questa fraternità proposta non è un atteggiamento solamente religioso o cristiano o addirittura di buonismo, ma ingloba le richieste di uguaglianza, rispetto della dignità, libertà, giustizia, vera solidarietà. Non solo, esige un atteggiamento di dialogo costruttivo in un mondo globale, fra singoli e popoli.

Bellissimo il n. 73:

«Tra le civiltà, come tra le persone, un dialogo sincero è di fatto creatore di fraternità. L'impresa dello sviluppo ravvicinerà i popoli, nelle realizzazioni portate avanti con uno sforzo comune, se tutti, a cominciare dai governi e dai loro rappresentanti, e fino al più umile esperto, saranno animati da uno spirito di amore fraterno e mossi dal desiderio sincero di costruire una civiltà fondata sulla solidarietà mondiale».

Già nel 1965 aveva detto all'Assemblea generale dell'ONU: «La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni ma tutti i Popoli. Difficile impresa, ma questa è l'impresa; la vostra mobilissima impresa...»[4]

La fraternità per Papa Paolo non è anzitutto il fine da raggiungere ma anche il mezzo per pervenire a degli obbiettivi imprescindibili: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (n. 66).

Si capisce allora meglio il significato profondo della quasi implorazione con cui si chiude la Populorum Progressio: «Voi tutti che avete inteso l'appello dei popoli sofferenti, voi tutti che lavorate per rispondervi, voi siete gli apostoli del buono e vero sviluppo, che non è la ricchezza egoista e amata per se stessa, ma l'economia al servizio dell'uomo, il pane quotidiano distribuito a tutti, quale sorgente di fraternità e segno della Provvidenza» (n. 86).

Il principio di fraternità ha evidentemente una valenza religioso-morale ed è presente in tutte le grandi religioni come obbiettivo di rapporti fra esseri umani e come elemento edificante una convivenza sana e pacifica. Ma è con il cristianesimo che esso assume una valenza universale, con una fondazione ontologica, propria dell'essere, vale a dire l'universale paternità di Dio verso tutti gli uomini. Tutti figli dello stesso Padre, tutti fratelli fra loro. Gesù inserisce nella storia un principio innovativo: abbatte le mura che separano gli "uguali" dai "diversi", gli amici dai nemici, i compatrioti dagli stranieri, gli uomini dalle donne e così facendo scioglie ogni rapporto ingiusto o indifferente e invita tutti a comporre una nuova società.

C'è una storia della fraternità vissuta e tradita che sarebbe interessante percorrere.

Nella modernità emerge nella sua valenza laica nel trittico della rivoluzione francese, come categoria sociale e politica: liberté, égalité, fraternité. Poi abbiamo, per la fraternità, un lungo periodo di appannamento mentre la libertà e l'uguaglianza raggiungono traguardi significativi. Solo ora essa sta riemergendo come fondamento degli altri due. Scrive il sociologo Sabino Palumbieri: «L'elemento base del trinomio, sul piano della garanzia vitale, è la fraternità»[5].

Chiara Lubich è ancora più audace: «Le forti contraddizioni che segnano la nostra epoca necessitano di un punto di orientamento altrettanto penetrante ed incisivo, di categorie di pensiero e di azioni capaci di coinvolgere ogni singola persona, così come i popoli con i loro ordinamenti economici, sociali e politici. C'è un'idea universale che è già un'esperienza in atto, e che si sta rivelando in grado di reggere il peso di questa sfida epocale: la fraternità universale».[6]   

La svolta profonda che i tempi richiedono - è mia convinzione - deve partire da una nuova cultura, da uno sguardo nuovo sulla realtà, da una riflessione che abbia il coraggio di incorporare nel quadro concettuale idee e categorie nuove, o meglio, rinnovate dalla nostra esperienza e dalla nostra creatività.

La fraternità può diventare, e sta già diventando una nuova categoria, anzi, un nuovo paradigma scientifico che offre inedite possibilità di analisi e di comprensione della vita sociale (una nuova teoria sociologica) e un orientamento al cambiamento dell'ordine sociale-economico-politico. Occorre scavare a fondo per vedere cosa la fraternità ci offre come categoria politica, sociologica, giuridica, economica... Sarebbe utile indicare i passi che la ricerca culturale sta compiendo nei vari campi, nei vari ambiti, (sociologico, politico, giuridico, artistico, ecc.) ma ora non è possibile.

Mi limiterò al solo campo economico, in particolare alla dimensione dello sviluppo che è l'argomento centrale della Populorum Progressio.

Nella "Dichiarazione sul diritto allo sviluppo", approvata dall'Assemblea Generale dell'ONU nel dicembre 1986 vengono in rilievo tre aspetti molto importanti per il nostro discorso.

Il primo è che il diritto allo sviluppo costituisce un diritto inalienabile dell'uomo e che l'essere umano è il soggetto centrale dello sviluppo. Gli articoli dal 3 all'8 mettono in evidenza le responsabilità degli Stati per la realizzazione del diritto allo sviluppo.

Un secondo aspetto è l'accettazione piena di un concetto di sviluppo che inglobi termini economici (trasferimento di risorse, assistenza tecnica) ma anche comprensiva dagli aspetti sociali, culturali, di rispetto dei diritti umani, di costruzione della pace. Tutto ciò darà luogo al concetto di "sviluppo umano" proposto dalle Nazioni Unite e ormai entrato nelle politiche di cooperazione allo sviluppo di Governi e Organizzazioni internazionali.

Infine la Dichiarazione richiama nell'art. 3 il dovere di cooperazione riferito agli Stati, perché ad ogni diritto - come ha sempre insegnato la Chiesa - corrisponde un dovere.

 C'è tutto un "movimento" per porre lo sviluppo su basi che richiedono un contenuto sostanzialmente diverso da quello sinora preso in considerazione, per dare nuova sostanza, nuovo spessore, anche alla giustizia e alla solidarietà. E' così che "New Humanity", una organizzazione non governativa cristiana che gode di status consultivo speciale presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, ha presentato una Dichiarazione scritta al Segretario Generale l'8.2.2005 dove tra l'altro si afferma:

«La "fratellanza" affermata nell'Articolo 1 è quindi realizzata nella disposizione contenuta nell'Articolo 29 riguardo ai doveri verso la comunità e quindi verso altri individui. In questa prospettiva, c'è una gamma più vasta di soggetti potenzialmente responsabili nel garantire il pieno godimento dei diritti umani.

La fraternità porta ad un numero potenzialmente molto esteso di soggetti responsabili dello sviluppo e del dovere alla cooperazione. Questa estensione si combina bene con il bisogno - avvertito nel presente contesto internazionale - di assicurare che gli attori della società civile siano i protagonisti nei processi di sviluppo, a cominciare dalla definizione di obiettivi a livello nazionale ed internazionale, e non solo come esecutori di piani decisi a livello intergovernativo.

Essa apporta anche elementi qualitativamente importanti per un aspetto caratterizzante la cooperazione allo sviluppo: l'idea della partnership. Creare una partnership per lo sviluppo - tra le altre cose - è uno degli obiettivi per la riduzione della povertà contenuti nella Millennium Declaration.

Per questa ragione - noi crediamo - la Partnership deve essere resa sostanziale dalla fraternità, esprimendo vicinanza, amicizia e condivisione, non solo a livello individuale ma anche tra istituzioni pubbliche ed organizzazioni private.

La fraternità rende sostanziale la semplice uguaglianza tra i vari attori ispiranti l'attuale modello per la relazioni internazionali, non solo andando oltre la semplice dimensione dell'aiuto e dell'assistenza, ma in un certo senso l'idea stessa della solidarietà, che mantiene una posizione differenziata tra il soggetto che aiuta ed il soggetto che riceve solidarietà.

La fraternità propone infatti di comprendere chi sia il soggetto con cui si desidera cooperare, in tutte la sue caratteristiche, i suoi limiti ed i suoi bisogni, prestando attenzione non soltanto a fattori di sviluppo economico globale. Per realizzare questo è necessario mettere da parte le proprie categorie e parametri di sviluppo, ed identificare quelli del soggetto con cui si intende cooperare, in modo che il suo cammino verso lo sviluppo possa emergere, oppure che questo rapporto fraterno possa permettere ad altri bisogni e punti di vista, non del tutto evidenti fino a quel momento, di emergere.

Nel quadro della reciprocità, i rapporti fraterni contribuiranno anche a ri-analizzare il cammino verso lo sviluppo seguito dal soggetto più dotato economicamente nella ricerca, per esempio, di vie di sviluppo che tengano conto della sostenibilità globale e le sue responsabilità in senso più esteso. È inoltre più aperto "costituzionalmente" ai rapporti con altri soggetti, sia a livello multilaterale che regionalmente e/o localmente».

Possiamo affermare che la fraternità va oltre la solidarietà. Perché nella solidarietà ci può essere ancora una distinzione e una lontananza fra chi dà e chi riceve. Mentre la fraternità rende la solidarietà attenta al bisogno di colui al quale si dà. Per fare questo è necessario mettere da parte le idee e i modelli che ognuno ha nella sua testa di cosa è lo sviluppo e mettersi in conversazione, nella pelle dell'altro, con quello che deve essere aiutato. In questo atteggiamento viene fuori che quello che va fatto non era tanto quello che lui pensava: viene fuori un'altra cosa. Nel rapporto fraterno vengono fuori altri bisogni, altri punti di vista che, senza questa dimensione, non erano affatto evidenti.

Concludendo queste brevi riflessioni vorrei sottolineare come la fraternità non solo non sia un'utopia ma rimanga come la più positiva speranza in questo tratto del cammino  dell'umanità pieno di sfide. Cito due testi significativi. Uno del sociologo ed economista francese Serge Latouche, agnostico, con cui conclude il suo saggio già citato:

«La sola vera universalità concepibile, dunque, si può basare soltanto su un consenso veramente universale. Esso passa per un dialogo autentico tra le culture. Un simile dialogo è possibile poiché la comunicabilità esiste. Può riuscire soltanto se ciascuno è pronto a fare concessioni. Noi condividiamo la convinzione che ogni cultura ha molto da insegnare alle altre, che può arricchirsi di numerosi apporti. Tuttavia non è sicuro che ciascuno possa giocare il gioco della reciprocità, cioè rinunciare concretamente alle proprie "barbarie" per ottenere dall'Altro che rinunci alle sue in modo da permettere ad entrambi di godere dei loro scambi reciproci. Poiché non c'è speranza di fondare alcunché di durevole sulla truffa di una pseudo-universalità imposta dalla violenza e perpetrata dalla negazione dell'Altro, vale la pena di fare la scommessa che ci sia uno spazio comune di coesistenza fraterna da scoprire e costruire».

L'altra è quella di Paolo VI al n. 79 della Populorum Progressio .

«Certuni giudicheranno utopistiche siffatte speranze. Potrebbe darsi che il loro realismo pecchi per difetto, e ch'essi non abbiano percepito il dinamismo d'un mondo che vuol vivere più fraternamente, e che, malgrado le sue ignoranze, i suoi errori, e anche i suoi peccati, le sue ricadute nella barbarie e le sue lunghe divagazioni fuori della via della salvezza, si avvicina lentamente, anche senza rendersene conto, al suo Creatore».

La convocazione allora riguarda tutti senza esclusioni, ma la responsabilità che grava sui cristiani è quella di essere parole vive di luce e testimonianza fattiva. Davvero lo sviluppo continua ad essere il nome nuovo della pace.  


[1] Cf. SEN A., Lo sviluppo è libertà, Mondadori, Milano 2000.

[2] Cf. LATOUCHE S., L'occidentalisation du monde, Ed. La Découverte, Paris 1989.

[3] Cf. BECK U., La svolta cosmopolita, in "Studi di sociologia", 2 (2005), pp. 105-153.

[4] Enchiridion Vat., 1, n. 3, p. 227.

[5] PALUMBIERI S., "Homo planetarius": uomo nuovo per tempi nuovi, in  MANTOVANI M., THURUTHIYIL S. (a cura di) Quale globalizzazione?, Ed LAS, Roma 2000, p.245.

[6] LUBICH C., Messaggio al Convegno "Ciudades por la unidad", Rosario (Argentina), 2.6.2005.

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