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Scienze sociali in dialogo

Vincenzo Zani
Pedagogista, sociologo. Attualmente "Sottosegretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica della Santa Sede".

Studiare dal punto di vista sociologico il tema della società complessa, in un momento in cui gli scenari nazionali e internazionali pongono sfide del tutto inedite rispetto al passato, è un compito arduo.

Gli esperti conoscitori dei fenomeni sociali non possono, tuttavia, sottrarsi a questa responsabilità scientifica. Come ha scritto di recente il sociologo di origine polacca Bauman: «Se la sociologia intende ancora svolgere il proprio compito che da sempre è stato la sua vocazione - alimentare cioè il dialogo tra l'esperienza umana e la sua interpretazione - allora deve necessariamente ri-focalizzare la propria attenzione cognitiva sulla trasformazione della condizione umana» 1.

Dinanzi al fenomeno della complessità, che incide sulla vita delle persone e delle società odierne, uno degli interrogativi che sorge spontaneo è il seguente: il tipo di rapporti sociali che caratterizzano la società complessa e in genere la civiltà occidentale in espansione, le relazioni internazionali e fra i popoli in atto, promuovono e incrementano il processo di crescita dei singoli uomini e delle loro comunità oppure no? 2.

In sostanza, viene da chiedersi se nella società complessa e globalizzata vi siano delle esperienze significative nelle quali si possano rintracciare scientificamente gli elementi per definire nuovi paradigmi sociologici, come potrebbe essere il caso del paradigma della "fraternità", con cui analizzare le differenti tipologie di relazioni sociali 3.

Per rispondere a tale quesito, occorre abbozzare i tratti tipici della società complessa, cogliendovi i risvolti negativi, ma anche le diverse opportunità di cui i soggetti sociali possono disporre.

 

1. La società complessa e i principali fenomeni che la caratterizzano

E' necessario considerare che il fenomeno della società complessa 4. ha caratterizzato soprattutto gli anni Ottanta del Npvecento e ad esso si sono presto aggiunte altre sfide, come quelle della globalizzazione e, più recentemente, del cosmopolitismo 5. Per definire teoricamente questi concetti che si intrecciano e si sovrappongono occorrerebbe un approccio multidisciplinare; qui vorrei limitarmi ad indicare le principali espressioni e caratteristiche della società complessa che influiscono sui modelli di vita personale e sociale. Tra questi mi soffermo soprattutto su quello della globalizzazione, che è particolarmente diffuso e pervasivo, e che ha quasi soppiantato la riflessione sociologica sulla complessità.

1.1. La globalizzazione

Ci si chiede se quello della globalizzazione sia un fenomeno di assoluta novità oppure uno stadio più avanzato di sviluppo delle economie di mercato di tipo capitalistico 6. Molti ritengono che esso possa essere inteso come l'intensificazione di un processo già avviato da tempo, favorito soprattutto dall'impiego delle nuove tecnologie info-telematiche. Sarebbe, certamente, un grave errore se si pensasse alla globalizzazione solo come ad un fenomeno economico, limitando la sua azione soltanto a questo livello; esso costituisce, invece, una realtà che interessa gli ambiti della politica, della cultura e della tecnologia, oltre che dell'economia, e si è diffuso soprattutto con lo sviluppo dei sistemi di comunicazione.

Le diverse analisi sulla globalizzazione hanno messo in evidenza gli aspetti positivi e negativi con i quali tale fenomeno si è affermato, così come ci sono posizioni opposte tra gli studiosi circa i benefici che derivano dai processi della globalizzazione. E' poi da considerare che tra gli studiosi, i quali affrontano questo tema da diversi punti di vista, si possono, come scrive Gallino, indicare almeno quattro posizioni opposte: «In primo piano si trovano coloro per i quali la globalizzazione è un processo irresistibile che sta trasformando il mondo intero; recando, essi insistono, solamente benefici. Sebbene la schiera di chi nutre qualche dubbio al riguardo sia alquanto cresciuta sul finire degli anni Novanta, questa posizione rimane all'inizio degli anni Duemila pubblicamente maggioritaria» 7. Al secondo posto si collocano quei soggetti che non vedono grandi cambiamenti nelle politiche economiche del presente, ipotizzando che la globalizzazione sia un fenomeno che interesserà le società future; al terzo posto vengono indicati quei soggetti che della globalizzazione vedono solo effetti negativi; al quarto posto, sempre secondo lo stesso autore, vi è una minoranza di soggetti secondo i quali la globalizzazione è un processo originale di grande portata, il quale genera effetti rilevanti sia negativi sia positivi 8.

Con la globalizzazione si innesca, comunque, una dinamica che implica una fitta rete di interdipendenze e interconnessioni, una sorta di processo di omogeneizzazione che unisce le società del mondo in un "villaggio globale", un sistema diffuso che produce un'economia su scala mondiale, una cultura transnazionale e movimenti internazionali.

In ogni caso, al di là delle differenti definizioni che si possono dare, quello che qui ci interessa è che questo fenomeno presenta delle caratteristiche nuove che sono di natura qualitativa più che quantitativa. Basti pensare a tre aspetti che lo contraddistinguono:

a) la destrutturazione dei modi di organizzare l'attività produttiva e del modo di concepire il nesso tra la sfera del politico e la sfera dell'economico. Oggi i governi nazionali si vedono costretti a cedere quote di sovranità ad altri soggetti emergenti dalla società oltre che all'economia 9, con il risultato che le decisioni economiche tendono ad avere un vantaggio rispetto alle decisioni di natura politica;

b) la crescita generale della ricchezza, mentre provoca una diminuzione progressiva della povertà in senso assoluto, concorre ad accrescere la povertà in senso relativo, creando disuguaglianze tra i diversi gruppi sociali; e ciò avviene non solamente tra Nord e Sud del mondo, ma anche all'interno degli stessi paesi avanzati. Queste disuguaglianze generano conflitti e proteste 10;

c)la tendenza all'omologazione culturale, cioè all'annullamento o alla non valorizzazione delle varietà culturali che contraddistinguono i vari paesi o le varie regioni del mondo, mortifica la ricchezza e l'originalità delle diverse identità.

Accanto a queste caratteristiche, la globalizzazione presenta anche un altro risvolto: grazie alla crescente interconnessione dei Paesi - che fa saltare i confini che determinavano territori, culture e società - le contraddizioni che esistono a livello di ogni società nazionale vengono diffuse su scala mondiale 11. Essendosi verificata una frattura fra il luogo dove viene prodotta una cultura e il luogo dove essa viene fruita, ne consegue una frammentazione in cui i panorami etnici, culturali, politici ed economici si fanno più confusi e sovrapposti, e le linee di confine spezzettate e irregolari.

Ma, soprattutto, questi panorami attraversati da continui flussi culturali globali, si riflettono l'uno nell'altro dando vita ad un caleidoscopio mutevole e sempre nuovo.

Dunque, la globalizzazione costituisce una componente determinante della civiltà moderna sulla quale incide in maniera contraddittoria e conflittuale 12 e crea una interdipendenza non solo economica, ma anche politica e sociale che coinvolge persone, istituzioni e paesi di tutto il mondo e che genera nuove forme organizzative e culturali 13. La sua dinamica ha ampliato e accelerato l'interconnessione mondiale in tutti gli aspetti della vita sociale contemporanea, da quello culturale a quello criminale, da quello politico a quello ambientale, da quello finanziario a quello religioso e spirituale 14.

Ci poniamo, allora, un interrogativo: in queste condizioni sociologiche, possono trovare consistenza reti di solidarietà o possono dilatarsi gli spazi di libertà delle persone? Per dare una risposta occorre evidenziare gli effetti e i rischi prodotti dalla globalizzazione ed anche analizzare altri fenomeni ad essa connessi.

1.2. I rischi del processo di globalizzazione

Il primo rischio riguarda l'emergenza di una nuova forma di competizione, ignota alle epoche precedenti e che genera insicurezza. Mentre storicamente la creazione di nuova ricchezza, portando con sé un generale miglioramento delle condizioni di vita, tendeva a ridurre l'incertezza esistenziale dei singoli e delle collettività, la transizione in atto ci pone di fronte ad una società in cui la produzione di incertezza pare endemica alla produzione stessa di ricchezza. Questa sindrome dell'incertezza è diventata una malattia sociale, riscontrabile soprattutto fra le giovani generazioni.

Un secondo rischio ancora di carattere economico, che può esplodere, concerne la minaccia ai cosiddetti diritti sociali di cittadinanza, ovvero ai diritti di welfare (cioè di benessere misurato in termini di assistenza, previdenza sociale, accesso all'istruzione, ecc.). Il mercato globale del lavoro spinge le imprese a spostare i propri centri produttivi là dove il costo del lavoro è più basso. E così la globalizzazione della competitività sui mercati può indurre inquietanti gare al ribasso nelle materie dello stato sociale, provocando un mutamento delle regole del gioco economico 15.

Un terzo rischio riguarda il rapporto tra globalizzazione e democrazia. La globalizzazione sottrae, in certo senso, potere economico e finanziario dallo stato nazionale, compromettendone l'autonomia e l'equilibrio interno creatosi tra le diverse classi sociali. La minaccia alla capacità dei governi di esercitare la loro sovranità interna si trasforma in minaccia alla democrazia stessa che si può constatare con la diminuzione di fiducia nelle istituzioni democratiche.

Così la globalizzazione crea una situazione paradossale: mentre consente l'espansione della democrazia nei territori in precedenza non da essa toccati, al tempo stesso però rivela i limiti delle strutture democratiche ai cittadini dei paesi di antica democrazia, che sembrano disillusi nei suoi confronti. Ciò richiede la necessità di democratizzare ulteriormente le istituzioni attuali perché siano in grado di rispondere alle nuove esigenze della società globale 16.

La democrazia, infatti, è come un contenitore che deve essere riempito di partecipazione, anzitutto, e poi di valori. Oggi, invece, essa si dimostra bloccata, formale, mancante di strumenti adatti al governo dei problemi divenuti planetari, ed anche carente nei contenuti della partecipazione.

Una democrazia matura esige un ripensamento profondo e una capacità creativa non indifferente per produrre ed attuare nuove forme, nuovi strumenti sia globali sia locali e soprattutto sollecitare nei cittadini il "gusto", il "piacere" e l'entusiasmo per la politica in quanto "arte del governo" della città. Un compito non facile, eppure inevitabile e urgente.

In sintesi, la riduzione degli spazi e la crisi dei luoghi ove si discute, si negozia, si elabora la cultura e si alimentano i valori della socialità possono essere considerate conseguenze negative della globalizzazione. Così, vivere dentro la globalizzazione 17, può mettere in crisi le relazioni sociali e creare un rischio che potrebbe avere come conseguenza il progressivo estinguersi delle culture identitarie, generando il disorientamento, la ribellione, il vuoto culturale.

1.3. Altri fenomeni connessi alla globalizzazione

Ma accanto a quello della globalizzazione vi sono altri fenomeni che, in qualche modo, vi si collegano come effetti collaterali o come variabili intervenienti.

a)      I processi migratori. Lo spostamento di milioni di persone  produce un mescolamento di popoli, razze, civiltà, fedi come non era mai accaduto prima, ponendo in gioco le differenti convinzioni "tradizionali". Rispetto al passato, la novità di tale fenomeno può essere vista nel fatto che questi gruppi oggi emergono come "soggetti", chiaramente identificati alla propria cultura, e non più semplicemente come oggetti passivi di colonizzazione, sfruttamento o dominio. Si pongono, così, le questioni della diversità e del pluralismo che sono tipiche di una società multietnica 18. Il diffuso pluralismo culturale viene ritenuto una conquista della nostra civiltà, frutto di molti fattori, quali: la tolleranza, la libertà di espressione, la democrazia, il riconoscimento della dignità di ogni persona.

Ma il pluralismo culturale spesso postula una rigida separazione tra sfera pubblica e sfera privata della vita. La sfera pubblica è regolata da leggi comuni universalmente accettate, mentre quella privata è il luogo della libera espressione delle differenze. E' evidente che, in tale contesto, possono nascere facilmente dei conflitti 19.

Si tratta, di individuare le modalità che consentono di tenere insieme una società culturalmente sempre più eterogenea, indicando principi e norme che disciplinino la convivenza tra soggetti diversi all'interno di una medesima configurazione storico-sociale 20.

b)La rivoluzione scientifica, con tutte le sue applicazioni nei diversi campi umani e sociali, ha cambiato non solo il contesto nel quale ci muoviamo, ma soprattutto le nostre mentalità creando una fiducia sempre più diffusa nelle sue ardite sperimentazioni.

Apparentemente, dunque, sono scomparse le zone d'ombra e di mistero in quanto il sapere scientifico sembra portatore di certezze e, quindi, di progresso. Di conseguenza il processo di secolarizzazione si è accelerato, spingendo fuori del vissuto pubblico le religioni, le fedi in nome di una ragione formale ma, ahimè, monca e sempre più in difficoltà nel fornire risposte alla crescente domanda di significato che la vita di ogni giorno pone 21.

c) La più recente evoluzione tecnologica applicata ai mass-media consente, a chi è dotato di questi strumenti, di poter essere allo stesso tempo consumatore, recettore e autore di informazioni e comunicazioni.

La mediatizzazione aumenta considerevolmente le nostre possibilità di comunicazione mettendoci in relazione diretta con gli avvenimenti, e dandoci l'impressione di vivere contemporaneamente in un tempo universale senza collocarci in una unità di luogo. Ma questo accesso alla comunicazione è filtrato da linguaggi e strumenti che creano, scompongono e ricompongono la realtà la quale non è più in presa diretta. La realtà diffusa è, allo stesso tempo, presente e assente, vicina e distante, temporale e a-temporale; si tratta di una realtà virtuale.

Se le tecnologie offrono grandi possibilità, esse tuttavia hanno anche delle ripercussioni antropologiche negative; nel mondo del virtuale, dell'istantaneità e del controllo dell'immaginazione, diventa difficile per l'essere umano situarsi nella sua dimensione storica e temporale 22.

d) La società complessa e globalizzata ha reso incerto e confuso il quadro valoriale e normativo che dava senso e significato alle scelte morali e costituivano  fondamento e ordine della convivenza. Gli schemi sono saltati - tutti - e ci troviamo in una società senza "centri" in cui ognuno è chiamato a costruire e ad elaborare soggettivamente i propri cardini di condotta, seguendo - quando è in grado di farlo - solo la propria coscienza.

Questo fenomeno viene definito relativismo morale, assenza di norme oggettive certe, di un quadro di principi a cui l'agire si possa riferire. Siamo di fronte a una sorta di AIDS dello spirito, una pericolosa sindrome di immuno-deficienza spirituale acquisita dalla cultura e dalla mentalità del nostro tempo che distribuisce concezioni deviate dell'uomo, della donna, della vita, dei rapporti, ecc. e diffonde una mentalità capace di demolire dall'interno i valori su cui ciascuno costruisce se stesso, l'amore, la famiglia, l'educazione e la società.

E' un pericolo gravissimo di confusione in cui si vede che, come ha detto Giovanni Paolo II, la coscienza demolita e ottenebrata da questi condizionamenti, «fatica sempre di più a percepire la distinzione fra il bene e il male in ciò che tocca lo stesso fondamentale valore della vita umana» 23.

Per riassumere questi molteplici aspetti, si può dire che la globalizzazione inaugura un'immagine della società articolata in uno spazio sociale pluridimensionale con effetti impressionanti sulle diverse espressioni della vita quali: l'economia, la politica, la cultura, l'appartenenza religiosa 24.

Dal punto di vista sociologico, si nota dentro questi processi un paradosso: quello di vedere estendersi una società individualizzata. Infatti, mentre si diffonde la tensione alla globalità, in essa, come scrive il sociologo Bauman, «i legami diventano sempre più fragili e volatili, difficili da alimentare per periodi prolungati, bisognosi di una vigilanza continua» 25.

2. Prospettive di risposta alle sfide della globalizzazione

Di fronte a questo quadro, non si può alimentare il desiderio romantico di ritornare ad una dimensione pre-globale con tutte le sue caratteristiche economiche, socio-culturali e mediatiche, distogliendo l'attenzione dal presente e sottraendo energie utili al doveroso tentativo di avviare possibili azioni sociali. Si tratta piuttosto di andare a fondo nell'analisi dei fenomeni per meglio scoprire le aspirazioni e i dinamismi nascosti dentro i processi sociali. Alcuni sociologi, quali Luhmann, Beck e Bauman, stanno tentando questa impresa.

A mo' di esempio vorrei accennare al polacco Bauman che descrive la società complessa e globalizzata sulla base dell'idea della "liquidità"; ogni dimensione del sociale è attraversata da una forte instabilità che l'autore definisce con il concetto di "liquidità" e che spiega richiamando tre problematiche principali 26.

Anzitutto il tema della libertà. La modernità ha affrancato gli uomini da molte dipendenze, ma tale liberazione è un bene o un male? Oggi l'individuo si sente perso, proprio perché slegato da ogni vincolo. L'attuale modernità in questo è differente da quella passata: in entrambi i casi, gli uomini cercano di superare i propri limiti, ma nella condizione attuale due sono i tratti nuovi: è crollata la convinzione che la strada intrapresa per superare i limiti abbia un fine raggiungibile 27 e, soprattutto, si è verificata la deregolamentazione e la privatizzazione dei compiti.

Correlato ai problemi della libertà è lo stato dell'individualità. L'autore introduce l'idea del passaggio a un capitalismo leggero, ossia da un capitalismo weberianamente orientato ad enfatizzare il momento della scelta dei mezzi e della burocrazia a uno che invece pensa ai fini da perseguire. Di conseguenza anche l'attività del consumatore muta, tanto che il consumismo, più che identificarsi nel soddisfacimento di bisogni articolati, coincide con l'ambito del desiderio. Il consumo diventa elemento di costruzione delle identità.

La dimensione della modernità liquida si caratterizza, poi, anche per un particolare sfondo spazio-temporale. Molti luoghi delle società contemporanee tendono, nelle realtà urbane, a esiliare l'altro oppure ad annullare la diversità, configurandosi così come non-luoghi. Anche la sfera temporale presenta nuove caratteristiche: attraverso l'aumento della velocità delle comunicazioni e degli spostamenti, la modernità liquida ha reso molte esperienze accessibili con immediatezza. Proprio questa centralità dell'immediato mina fortemente gli elementi della memoria del passato e la fiducia nel futuro che sono stati sinora «i ponti culturali e morali tra fugacità e durabilità» 28.

Si tratta, allora, di affrontare le nuove emergenze sociali con coraggio e creatività e di attrezzarsi con gli strumenti adatti per capire, attraverso l'analisi sociologica, verso quali prospettive incamminarsi per il futuro.

In questo orizzonte suggerisco, sinteticamente, cinque annotazioni; si tratta di abbozzi che si possono desumere da alcuni tentativi di teorizzazioni sociali, elaborati negli anni più recenti.

2.1. Necessità di adottare nuovi paradigmi sociali

Trasformazioni sociali così ampie e profonde richiedono di individuare concetti e paradigmi sociologici capaci di interpretare tale complessità: uno di questi è indubbiamente il paradigma della fraternità. A questo proposito, Chiara Lubich, nel suo discorso alla seconda Giornata dell'Interdipendenza - svoltasi a Roma il 12 settembre 2004 - ha detto: «La tensione all'unità è un'aspirazione insopprimibile che pulsa nel cuore di ogni uomo, di ogni gruppo sociale, di ogni popolo. Ho imparato a scorgere i passi in avanti che segnano il progredire dell'umanità, fino a poter affermare che la sua storia altro non è che un lento, ma inarrestabile cammino verso la fraternità universale» 29.

Se ci confrontiamo con il passato, constatiamo che l'ideale della comunione del genere umano, adombrato da filosofi e pensatori fin dal XVIII secolo, non solo non è tramontato ma addirittura si impone oggi in modo incalzante. Ma nell'era della globalizzazione e dell'interdipendenza, le spinte e i tentativi di costruire un'umanità condivisa possono essere meglio colti nella loro capacità di esaltare il patrimonio di valori storico-culturali e di innestarsi nella società se vengono misurati attraverso il paradigma della "fraternità" e della relazione sociale.

Giovanni Paolo II ha invitato più volte a riflettere sulla necessità di umanizzare e governare la globalizzazione, ricordando che «i processi di globalizzazione dei mercati e delle comunicazioni non possiedono per sé stessi una connotazione etica negativa, e non è pertanto giustificato di fronte ad essi un atteggiamento di condanna sommaria e aprioristica. Tuttavia quelli che in linea di principio appaiono fattori di progresso, possono generare e di fatto producono conseguenze ambivalenti o decisamente negative» 30; ciò, soprattutto, se non si ricorre ad un forte senso dell'assolutezza e della dignità di tutte le persone umane e al principio del bene comune.

Da questo si deduce che la globalizzazione, sganciata da una dimensione umanistico-comunitaria, può risultare un ulteriore espediente astuto del più forte e creare squilibri ancora più gravi di quelli attuali. Occorre, perciò, innestare in essa una progettazione culturale di segno umano che consenta di qualificare i processi in ordine ai valori di equità e di solidarietà, garantiti dal diritto internazionale e guidati da un governo con poteri reali sul piano planetario.

Attraverso il paradigma della fraternità, anche il potere delle tendenze globalizzanti può essere misurato e valutato nella sua significatività e valenza positiva. Esso può anche diventare un utile strumento per monitorare il destino dell'individuo nella società complessa. Si constaterebbe così, in altri termini, che tale destino è un continuo approdo di soluzioni transitorie in grado di aprire orizzonti sempre più comprendenti l'alterità con la quale schiudersi in comunicazioni; da queste è possibile riconoscersi, per dar senso e solidità alle relazioni fra gli individui, i gruppi sociali e le appartenenze culturali.

Sulla base di questa prima considerazione si possono delineare anche altre prospettive di risposta alle sfide della globalizzazione.

2.2. Applicare i diritti dell'uomo secondo una dimensione nuova

La rivoluzione giuridico-politica del XX secolo ha indotto a riconoscere l'esigenza di una planetaria solidarietà di uomini e nazioni 31; i diritti dell'uomo hanno rappresentato il tentativo di proclamare questo riconoscimento, fondato sulla opzione umanistica da effettuare integralmente su tutto l'uomo e per tutti gli uomini.

Il regime dei diritti umani supera la distinzione tra nazionale e internazionale, cancella i confini apparentemente insuperabili definendone dei nuovi e rende globalizzata l'auto-obbligazione ad osservare le regole fondamentali della democrazia 32. Infatti, la centralità dei diritti umani non consente soltanto la regolazione dei conflitti al di là dei confini, ma spalanca anche le porte di altri paesi con gli "interventi umanitari" 33.

Dunque, la domanda circa il fondamento dei diritti dell'uomo risponde all'esigenza di individuare, nella società complessa e multiculturale, una piattaforma comune che consenta la relazione e la comunicazione interculturale e, in tale senso, essi ne rappresentano una possibilità.

L'uso del "paradigma della fraternità", applicato in chiave universale, introduce una osservazione ulteriore. La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo all'art.1 fa riferimento esplicito al principio della fratellanza 34, inteso come criterio a cui devono ispirarsi gli uomini nel loro agire sociale. Esso, tuttavia, non ha trovato una concreta applicazione in chiave strettamente giuridica, in quanto sopraffatto da interessi politico-economici. In questa sede vorrei attirare l'attenzione sul concetto di fraternità da intendersi non solo come principio giuridico, ma come paradigma sociologico. Nella messa in discussione tipicamente postmoderna dell'egemonia dell'Occidente, anche i diritti dell'uomo vengono sottoposti a critica per il loro carattere eccessivamente occidentale 35. La ricerca delle radici culturali e il rifiuto dell'omologazione su base ideologica crescono insieme con la rivendicazione della propria dignità da parte delle culture minoritarie.

In discussione non è il fatto che ci siano dei diritti dell'uomo in quanto tali, ma che essi siano soltanto e proprio quelli formulati nella dichiarazione dell'ONU. Occorre analizzare attentamente questa nuova sensibilità diffusa per evitare fenomeni quali i fondamentalismi e le conflittualità etnico-religiose. Di qui la necessità di riconsiderare i diritti dell'uomo nella prospettiva del paradigma della fraternità universale, non tanto per giungere ad un azzeramento del dato attuale - la qual cosa sarebbe assai pericolosa -, ma per immaginare un suo sviluppo, sia in estensione che in profondità 36.

2.3. Per un ordine democratico cosmopolitico

Per creare una nuova base di convivenza e di dialogo tra popoli e culture, è necessario promuovere un nuovo ordine che abbia la dimensione cosmopolitica e che persegua l'obiettivo di ricondurre il potere sotto un controllo democratico. E anche qui può venire in soccorso il principio della fraternità.

Tale prospettiva è indicata da alcuni pensatori per aiutare i cittadini dell'era della globalizzazione a vivere le appartenenze plurime e le corrispettive sfere di governance, sapendosi autodeterminare in ciascuna di esse e potendo, comunque, realizzare un'esperienza "comunitaria".

Per esempio, il filosofo inglese Held propone di costruire forme di governo in grado di conciliare l'autonomia del popolo, all'interno di uno stato più limitato, ma capace di andare oltre il territorio statuale. Egli avanza l'idea di creare «strutture comuni di azione politica», in cui si affrontino i problemi del vivere quotidiano; si tratterebbe, cioè, di spazi in cui le persone, nel perseguimento di comuni interessi, sperimentino concretamente la democrazia puntando a soddisfare almeno due condizioni: riconoscere le differenze e adoperarsi a superarle; applicare ovunque e comunque il processo di decisione pubblica e responsabile, definita come una autodeterminazione strutturale non individualistica 37.

2.4. Verso una società civile transnazionale

Secondo alcuni autori, alle sfide della globalizzazione si può rispondere promuovendo la società civile transnazionale, secondo una visione unitaria del mondo.

Se è vero che sotto la spinta della globalizzazione si è infranto l'equilibrio politico e democratico tra società e stato, tipico della prima modernità, dove lo stato era il contenitore della società, occorre allora costruire uno stato transnazionale che abbia un respiro mondiale e che sappia valorizzare le diverse espressioni locali 38.     

Per evitare il rischio della omologazione e salvaguardare le diversità occorre, anzitutto, accogliere e rispettare la loro ricchezza e potenzialità, senza pretendere di tutto inquadrare; rimane poi il compito di mettere in relazione persone, luoghi, culture, istituzioni secondo il principio che il sociologo Beck definisce come «empatia cosmopolita» 39.

In sede transnazionale ciò può avvenire nell'applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale, consentendo alle organizzazioni della società civile di andare oltre i meri compiti di advocacy e di denuncia, per assumere ruoli ben definiti di policy making 40.

Chiaramente, accogliere il principio di sussidiarietà in tutte le sue possibili applicazioni, esige l'adozione di un nuovo contesto legale che dia anche sul piano del diritto ampio riconoscimento a questa tipologia di attori sociali.

2.5. Umanizzare la globalizzazione

Il paradigma sociologico della fraternità e delle relazioni sociali può essere lo strumento metodologico capace di rintracciare ed evidenziare nella società complessa, nelle biografie personali e nelle esperienze sociali i tratti di una umanizzazione della globalizzazione e le caratteristiche dell'interdipendenza che reclama prospettive "comunitarie".

Ecco alcuni esempi.

Anzitutto, il paradigma della fraternità può misurare i livelli di interesse da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni e del dibattito politico e fornire gli indicatori circa il senso di partecipazione ai compiti della vita civile 41.

Può anche far cogliere come le "relazioni pure" (termine caro a Giddens), fondate solo sullo stimolo di un desiderio viscerale e continuo di soddisfazione personale, se arricchite di contenuto motivazionale e di stabilità, creano legami più forti 42. Questo perché la vita personale e i legami sociali che essa implica sono profondamente connaturati ai sistemi astratti di più ampia portata 43.

Lo stesso può dimostrare come la percezione della propria vicenda biografica, intesa come un innesto attivo e creativo del soggetto, quale protagonista non solitario della vita sociale, può creare il legame che unisce il destino personale con le condizioni collettive. Qui entriamo nella sostanza della democrazia, dove un investimento delle potenzialità personali in relazioni solide e continuate e il coinvolgimento dei soggetti istituzionali consentono di rinsaldare il ponte tra privato e pubblico.

Infine, il paradigma della fraternità permette di misurare le prospettive della pace al livello macro-sociale. Qui il discorso meriterebbe un approfondimento maggiore per la grande rilevanza che questo tema assume nel contesto attuale, ma ci limitiamo ad un breve cenno. Per umanizzare la globalizzazione non è sufficiente, nelle condizioni odierne, il pacifismo di testimonianza; occorre muoversi verso un coinvolgimento istituzionale che poggia su due pilastri. Il primo è il necessario riconoscimento dell'istituzione di un potere reale di regolazione dei conflitti e della sua dislocazione sovranazionale Ciò significa che non è sufficiente operare per l'educazione alla non violenza, ma occorre dare uno sbocco razionale al consenso morale verso l'uso qualificato della forza. A tale riguardo, può aiutare la considerazione che la potenza economica e militare non è più oggi garanzia di sicurezza, come lo è stata per secoli. Il secondo pilastro è quello di rendere credibile il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti 44. Tale credibilità va basata su un principio alternativo a quello, ormai obsoleto, della deterrenza 45. La dottrina della deterrenza consiste nella minaccia credibile verso l'aggressione potenziale; invece il ripudio della guerra viene costruito a partire dalla difesa credibile dell'aggredito potenziale.

3. Quale ruolo giocano le scienze sociali?

Le trasformazione sociali descritte pongono l'interrogativo anche circa il ruolo delle scienze sociali e il compito del sociologo. Oggi sta sviluppandosi il "filone critico" 46, il quale ritiene che la sociologia non può far altro che superare continuamente e con risolutezza i confini che esistono tra la speculazione accademica e l'esperienza soggettiva dei suoi "oggetti empirici" che sono i suoi interlocutori.

Certamente il paradigma della relazione sociale e della fraternità avvicina il sociologo alla vita e alla condizione umana. Non si possono, in questo senso, ignorare le ragioni che spingono il "filone critico" a dire che la sociologia «non può limitarsi a conoscere la realtà che vuole osservare; essa trasforma il mondo empirico nel momento in cui ne esamina i tratti costitutivi. Possiamo dire che questo è il destino del sociologo: mettere in discussione la realtà» 47.

Le non poche esperienze di solidarietà e di fratellanza che nascono spontaneamente dai cittadini e si diffondono senza troppo clamore nella società globalizzata lasciano intravedere prospettive di sviluppo di azioni sociali che si radicano in contesti geografici e culturali diversi, sia a livello micro che macro.

Per essere una scienza al servizio delle concrete esperienze umane, la sociologia, nella sua oggettività, dovrà affinare i propri strumenti metodologici in rapporto all'evolvere di queste esperienze, rendere visibili gli aspetti che trascendono gli orizzonti personali, svelare le fitte ragnatele sui legami di causa-effetto tra le scelte individuali e le circostanze collettive che le producono 48.

La sociologia deve, dunque, entrare in gioco nei dinamismi della società complessa e globalizzata per intercettare con i suoi strumenti i segni di novità, sia pure ambivalenti, e contribuire a disegnare le prospettive del futuro.


NOTE

1. Z. BAUMAN, Una nuova condizione umana, Vita e Pensiero, Milano 2003, p. 60.

2. Cf. V. ARAÚJO, La persona nel cuore di una  società complessa,  in «Gen's» 3-4 (2005).

3. Come sottolineato anche in precedenza, se qui si intende proporre il paradigma della "fraternità" come nuovo concetto sociologico, va detto chiaramente che questo termine non è quasi mai stato usato in sociologia e che per questa ragione esso non è rintracciabile in alcun dizionario sociologico.

4. Per definire sociologicamente il concetto di società complessa, o meglio di "complessità" riferita ai sistemi sociali, troviamo non poche difficoltà in quanto nell'ambito delle scienze sociali si registra un notevole ritardo nello sviluppare un tale concetto che tenga conto dei cambiamenti in atto e dei nuovi contesti teorici in via di elaborazione (N. LUHMANN, voce "Complessità sociale", in Enciclopedia delle Scienze Sociali, Roma 1992, p. 129). Certamente una delle forme per studiare la complessità è quella di individuare gli effetti di questo diffuso fenomeno o i suoi molteplici aspetti. Uno degli aspetti con i quali si suole indicare la società complessa può essere individuato proprio nella moltitudine di emergenze che si distinguono per la loro diversità, alle quali i sistemi sociali sono chiamati a dare immediate risposte, sia pure differenziate, al fine di poterle ricomporre in una logica di integrazione, le cui linee e sviluppi nel tempo sono contrassegnate, a livello concettuale, da principi di inclusione aggregativa e comunque subordinata o, invece, da una discontinuità intesa come inclusione differenziata, nella quale si conosce il diritto alla diversità (cf. N. AMMATURO, Identità individuale e globalizzazione, in «Studi di sociologia» 3 [2004] pp. 350-351).

5. Cf. U. BECK, La società cosmopolita. Prospettive dell'epoca postnazionale, Il Mulino, Bologna 2003.

6. Cf. S. ZAMAGNI, Una lettura socio-economica della globalizzazione, in F.U.C.I., Globalizzazione e solidarietà, Studium, Roma 2002, p. 34.

7. L. GALLINO, Globalizzazione e disuguaglianze, Laterza, Bari 2000, p. 98.

8. E' interessante, a questo proposito, l'autorevole pensiero di un sociologo come Bauman: «Opporre resistenza al processo di globalizzazione sarebbe come scendere in piazza contro un'eclisse solare. La globalizzazione intesa come un processo che instaura legami di interdipendenza a livello planetario intessendo trame di vulnerabilità reciprocamente indotta tra tutti gli abitanti del pianeta, a prescindere dalla loro distanza nello spazio e nel tempo, è ormai una realtà» (Z. BAUMAN, Una nuova condizione umana, cit., p. 76).

9. Cf. S. ZAMAGNI, Una lettura socio-economica della globalizzazione, cit., p. 36.

10. Cf. S. GEORGEe, Un altro mondo è possibile se..., Feltrinelli, Milano 2004. In questo volume sono raccolte le proposte alternative alla globalizzazione, maturate all'interno dei movimenti "no-global" che si riuniscono periodicamente a livello mondiale sotto forma di Forum.

11. Cf. M. FERRARI OCCHIONERO (ed.), I giovani e la nuova cultura socio-politica in Europa. Tendenze e prospettive per il nuovo millennio, Franco Angeli, Milano 2001.

12.  Cf. A. GIDDENS, Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino, Bologna 2000, p. 25.

13. Cf. J. VILLAGRASA, Globalizzazione. Un mondo migliore?, Logos Press, Roma 2003.

14. D. HELD, A. McGREW, D. GOLDBLATT e J. PERRATON (edd.), Global Transformations, Stanford University Press, Stanford 1999, p. 2.

15. Cf. N: ACOCELLA (ed.), Globalizzazione e stato sociale, Il Mulino, Bologna 1999.

16. Cf. S. ZAMAGNI, Una lettura socio-economica della globalizzazione, cit., p. 52.

17. Questo è anche il titolo di un'opera di Z. BAUMAN, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Bari 1999.

18. Le società multietniche, presenti anche in passato, nell'epoca attuale sono maggiormente diffuse e richiamano l'attenzione al problema del rapporto e del confronto tra tradizioni e modi di vita differenti e alle loro rappresentazioni sociali (Cf. V. CESAREO, Società multietniche e multiculturalismi, Vita e Pensiero, Milano 2000).

19. Soltanto l'atteggiamento di un corretto multiculturalismo potrebbe vedere rispettate sia la valorizzazione della diversità culturale, sia la garanzia dell'uguaglianza delle opportunità per tutti (Cf. J. REX, Le multiculturalisme et l'intégration politique dans les villes européennes, in «Cahiers internationaux de Sociologie», Puf, 45 [1998] 105, pp. 261-280).

20. Cf. V. CESAREO, Società multietniche e multiculturalismo, cit., p. 134.

21. V. ARAÚJO, La persona nel cuore della società complessa, cit., p. 85.

22. Cf. G. Du RETAIL, Les nouvelles technologies de l'information et de la communication et l'avenir de l'humanité, (testo dattiloscritto) relazione svolta durante la General Assembly della FIUC (Entebbe, 22-26 luglio 2003) sul tema: Nouvelles technologies et progrés de l'humanité.

23. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995), nn. 4 e 24, passim.

24. Dato il processo di internazionalizzazione dell'economia, molte imprese sono in grado di mettere l'uno contro l'altro interi stati o singoli luoghi di produzione; la forza strutturante della politica transnazionale cresce senza legittimazione democratica creando il dilemma della democrazia; l'universalismo delle differenze e delle identità genera una certa confusione ma anche fa nascere l'esigenza della società mondiale (Cf. U. BECK, La società cosmopolita, cit., pp. 78-80).

25. Z. BAUMAN, Una nuova condizione umana, cit., p. 67.
 
26. Cf. Z. BAUMAN, Modernità liquida, Laterza, Bari 2002.

27. Cf. ibidem, p. 19.

28. Ibid., p. 147.

29. C. LUBICH, Il nostro orizzonte, in «Città Nuova» 1 (2005), p. 7.

30. Giovanni Paolo II, «Discorso alla Fondazione Centesimus Annus - Pro Pontifice», in «L'Osservatore Romano», 10 maggio 1998, p. 5.

31. Cf. S. COTTA, Il diritto naturale e l'universalizzazione del diritto, in Unione Giuristi Cattolici Italiani (ed.) Diritto naturale e diritti dell'uomo all'alba del XXI secolo, Giuffrè, Roma 1993, p. 26.

32. «Il linguaggio dei diritti umani muta i fondamenti della politica mondiale, poiché penetra in tutti i livelli e gli ambiti della politica e della società aprendoli a giudizi, controlli e interventi esterni» (U. BECK, La società cosmopolita, cit., p. 65).

33. Cf., ibid.

34. «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza» (art. 1).

35. Uno studioso, ad esempio, afferma che «i diritti dell'uomo sono universali se li si contempla dalla posizione in cui si trova la cultura occidentale moderna, ma non sono universali se li si osserva dall'esterno» (R. PANNIKAR, E' universale il concetto di diritti dell'uomo?, in Volontari e terzo mondo, 1990, pp. 40-41).

36. Durante la Conferenza Mondiale sui Diritti Umani, realizzata dalle Nazioni Unite a Vienna (Austria) dal 14 al 25 giugno 1993, sono affiorati numerosi problemi, installatisi nel dibattito internazionale, circa la differente interpretazione di alcuni diritti fondamentali, data in particolare dai Paesi emergenti. E non si tratta di diritti "nuovi", che pertanto richiedono un iniziale accertamento di contenuto, di soggetto o di situazione, ma di diritti ritenuti ormai consolidati nella loro sostanza, efficacia ed osservanza. Basta far riferimento alla richiesta di rilettura, ad esempio: del diritto di singoli e Popoli a non essere sottoposti a forme di discriminazione (evidentemente oggi il concetto di discriminazione presenta risvolti diversi rispetto a cinquant'anni fa); del diritto all'autodeterminazione; del rapporto tra democrazia e diritti umani (che oggi va necessariamente arricchito di un terzo polo, lo sviluppo) (Cf. V. BUONOMO, I diritti umani nelle relazioni internazionali, Pontificia Università Lateranense - Mursia, Roma 1997, pp. 61-80).

37. Cf. D. HELD, Democrazia e ordine globale, Asterios, Trieste 1999.

38. Cf. U. BECK, Che cos'è la globalizzazione, Carrocci, Roma 1999.
 
39. Ibid., p. 16.

40. Tale obiettivo si basa sulla disponibilità da parte degli stati nazionali di trasferire "pezzi" di sovranità interna ad altri soggetti, come ad esempio le ONG o altre forme di aggregazioni sociali, meglio equipaggiati ad operare in certi ambiti locali o sovranazionali. In verità, in molte esperienze a respiro internazionale, promosse da questi soggetti, si nota che, non essendo in gioco la tutela di interessi particolari, la capacità di portare a termine progetti in grado di rappresentare istanze concrete e universali è assai superiore a quella delle varie burocrazie intergovernative (Cf. S. ZAMAGNI, Una lettura socio-economica della globalizzazione, cit., pp. 59 ss).

41. Cf. P. BOURDIEU, Propos sur le champ politique, Presses Universitaires de Lyon, Lyon 2000, pp. 46-47. Questo autore sostiene che, aumentando la partecipazione, vengono ridotti i rischi di quello che è stato da lui definito pensée unique, una sorta di senso comune che domina incontrastato e che viene riproposto quotidianamente dai media e dai personaggi pubblici di ogni indirizzo politico.

42. «La relazione pura ha dinamiche del tutto diverse dai tipi più tradizionali di legami sociali: essa dipende da un processo di fiducia attiva che induce un soggetto ad aprirsi all'altro [...]. La relazione pura è implicitamente democratica [...], è basata sulla comunicazione, in modo che risulti essenziale la comprensione del punto di vista dell'altra persona: discutere, o dialogare, è la base che fa funzionare il rapporto, che funziona al meglio se le persone non si nascondono troppo l'una all'altra e, insomma, nutrono fiducia reciproca. E la fiducia va coltivata; non può essere data per scontata. Infine, un buon rapporto non deve conoscere potere arbitrario, coercizione o violenza. Tutte queste qualità corrispondono ai valori della democrazia politica» (A. GIDDENS, Il mondo che cambia, cit., pp. 78-79).

43. «Le relazioni personali il cui primo obiettivo è la sociabilità, pervasa da lealtà e autenticità, entrano a far parte delle situazioni sociali della modernità al pari delle istituzioni globali della distanziazione spazio-temporale» (A. GIDDENS, Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Bologna 1994, p. 122).

44. Cf., S. ZAMAGNI, Una lettura socio-economica della globalizzazione, cit., pp. 63-64.

45. Può essere utile, in tale contesto, conoscere il pensiero sociale della Chiesa, che è stato ben sintetizzato nel recente Compendio della dottrina sociale: «La ricerca di soluzioni alternative alla guerra per risolvere i conflitti internazionali ha assunto oggi un carattere di drammatica urgenza, poiché la potenza terrificante dei mezzi di distruzione, accessibili perfino alle medie e piccole potenze, e la sempre più stretta connessione, esistente tra i popoli di tutta la terra, rendono assai arduo o praticamente impossibile limitare le conseguenze di un conflitto. E' quindi essenziale la ricerca delle cause che originano un conflitto bellico, anzitutto quelle collegate a situazioni strutturali di ingiustizia, di miseria, di sfruttamento, sulle quali bisogna investire con lo scopo di rimuoverle» (n. 498). «Gli Stati non sempre dispongono degli strumenti adeguati per provvedere efficacemente alla propria difesa: da qui la necessità e l'importanza delle Organizzazioni internazionali e regionali, che devono essere in grado di collaborare per far fronte ai conflitti e favorire la pace, instaurando relazioni di fiducia reciproca capaci di rendere  impensabile il ricorso alla guerra» (n. 499) (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004).

46. Vedi soprattutto le posizioni di P. BOURDIEU (La misère du monde, Éditions du Seuil, Paris 1993, pp. 1449-1554), condivise anche da Bauman.

47. Z. BAUMAN, cit., p. 45.

48. «Coloro che hanno la fortuna di dedicare la propria vita allo studio del mondo sociale non possono restare in una posizione neutrale e indifferente, distaccata dalle lotte che hanno come posta in gioco le sorti stesse di questo mondo» (C. LANZMANN - R. REDEKER, Les méfaits d'un rationalisme simplificateur, in «Le Monde», 18 settembre 1998, p. 14).

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