Conventions Seminar 2007 - Catholic University of Milan Origine e senso di una presenza culturale di Social-One
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Convegno: ‘Umanizzare la società'

Università Cattolica di Milano, 20 febbraio 2007 

Origine e senso di una presenza culturale di Social-One

vera_araujoVera Araújo

Coordinatrice "Social-One"


 

Il gruppo "Social-One" (Scienze sociali in dialogo) si è costituito e va crescendo come un gruppo composito e variegato, nonché internazionale, di sociologi e studiosi di servizio sociale che si incontra con regolarità. Vogliamo portare avanti un'esperienza di vita, di studio e di confronto attraverso una dinamica dialogica in cui l'ascolto e la reciproca apertura e accoglienza facilitino e incrementino l'integrazione intellettuale a partire dalla competenza specifica della propria disciplina. Tendiamo a costituire una comunione di esperienze spirituali e intellettuali, memori delle Università medioevali e, ancor prima, delle Accademie greche, ma ben radicati nell'oggi della storia.

Premessa antropologica

Per realizzare questo obiettivo attingiamo ispirazione al patrimonio del carisma di Chiara Lubich. La sua spiritualità, individuale e insieme comunitaria, poggia su due punti fondamentali. Il primo è l'unità, quell'unità che è frutto e compimento dell'amore-agape, cioè, dell'amore dispiegato nell'insegnamento di Gesù di Nazaret, con tutta la sua ricchezza non solo spirituale e teologica ma anche antropologica e sociale. L'unità-trinità di Dio intesa certo come valore religioso, ma non solo: vista come forza capace di comporre effettivamente la famiglia umana, realizzando una interazione fra i più salvando le distinzioni, nel contesto delle realtà sociali e, dunque, affrontando tutte le divisioni frutto di scelte e realtà politiche, etniche, linguistiche, sociali, religiose (cf 1 Cor 12).

Come ben illustra il teologo-filosofo Klaus Hemmerle:

«Se l'essere in quanto tale è relazione e può riuscire a raggiungere l'identità permanente solo in questa relazione, allora la mia vita ha la sua unità solo nella relazionalità e nel reciproco scambio del vivere, in quella pericoresi, in quella comunione dei beni, in quella "glorificazione" reciproca che abbiamo incontrato nel Vangelo di Giovanni come fondamenti della vita di Dio e dell'uomo. Non è questione di essere assorbiti l'uno dall'altro, né di un soffocamento del dialogo nella monotonia. Io sono me stesso solo se vado oltre me, elevandomi verso il Tutto e l'Assoluto. Questo superamento del sé non è però aggiuntivo a quello che in me è il mio essere, ma anzi il mio essere si attua in me proprio nell'andare oltre me. (...) Vedere me in te, te in me e vedere tra noi quell'unica vita e quell'unico amore: questo è l'atto del nostro essere nel quale soltanto noi attuiamo la globalità della nostra vita e della nostra persona. Il "comandamento nuovo" (cf Gv 13,34) e il "Testamento" di Gesù (cf Gv 17,21-23), l'amore reciproco intessuto spiritualmente che ci rende capaci di diventare una cosa sola nella reciprocità come il Padre e il Figlio sono uno e proprio perché sono uno, caratterizzano non solo il nostro compito trinitario ma anche proprio il nostro essere personale, la nostra identità, l'unità in noi della nostra vita. Questa globalità si realizza non in quanto io sono uno con me stesso e successivamente intreccio relazioni, ma in quanto vado oltre me, mi faccio uno con te e in ciò mi riscopro nella relazionalità polare della comunione reciproca. Non dall'io al noi, ma dal noi all'io: questa è la "nuova via" dello Spirito. Proprio quando prendiamo realmente sul serio questa via scopriamo che non è un cammino di distruzione dell'identità e della rinuncia a sé, ma è il cammino in quella ampiezza e profondità che rendono uno la vita e la persona»[1].

Allora si può cogliere il Testamento del Cristo - "Che tutti siano uno" (Gv 17,21) - come un'enorme  risorsa per le relazioni di ogni tipo, perché contiene in sé il germe di ogni forma di integrazione e unità, nel rifiuto e superamento di ogni discriminazione, guerra, controversia, ecc.

Il secondo punto fondamentale del carisma di Chiara Lubich è la comprensione del grido di Gesù in croce ("Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?" [Mc 15,34]) come luogo della piena rivelazione, a noi, dell'amore di Dio verso l'umanità e come chiave di comprensione e di risoluzione di ogni disunità, conflitto, contrasto fra gli individui e nella società.

In quel grido sale sulla croce tutto il dolore del mondo; ogni limite, dubbio, ricerca, invocazione; ogni notte, ogni buio del cuore e della mente; ogni no e ogni perché, ogni "non so", per essere bruciato e illuminato dal super amore di Colui che dal fondo dell'abisso si consegna e ci consegna ad un Altro che lo riceve.

Quel grido riassume il grido di tutti e dà luce per comprendere cha al fondo e dal fondo di ogni tenebra c'è un sì, una risposta di vita.

Siamo anche debitori del lavoro del Centro Studi del Movimento dei Focolari (la "Scuola Abbà") che da quindici anni riflette ed elabora una dottrina dell'unità interdisciplinare, interculturale e interreligiosa. Sono 28 i suoi membri, provenienti da tutta l'Europa dell'est e dell'ovest, oltre che  dal Brasile e dagli Stati Uniti, e rappresentanti, oltre che la  teologia e la spiritualità, le scienze umanistiche (economia, politologia, sociologia, diritto, scienza della comunicazione, ecc.) e le scienze della natura. 

 

Fatta questa premessa, la mia riflessione si rivolge verso le fattezze della società globale, la sua organizzazione, il suo sviluppo, le trasformazioni che porta e che hanno radicalmente modificato la realtà su cui la sociologia lavora.

Non è necessario qui sottolineare i diversi aspetti del cambiamento, noti a tutti e oggetto di una letteratura assai vasta[2]. Mi basta sottolineare che ci troviamo nel bel mezzo di un cambiamento strutturale-culturale di notevole portata e di esito ignoto. La celerità dei mutamenti in corso, il loro influsso sugli stili di vita, sulle conoscenze e sulla cultura, nonché sull'organizzazione sociopolitica, è tale da far prevedere un nuovo tipo di società i cui contenuti, aspirazioni valoriali (o antivaloriali), linee di pensiero portanti, sistemi di comunicazione e assetti politico-sociali sono al momento difficili da immaginare.

Ogni mutamento culturale epocale - e non c'è dubbio che l'attuale cambiamento abbia questa connotazione tanto che qualcuno l'ha paragonata alla caduta dell'Impero Romano o, quanto meno, all'avvento delle società industriali - o, come affermava Thomas Kuhn, ogni rivoluzione scientifica, non solo trasforma l'immaginazione scientifica tout-court, ma trasforma in modo profondo il mondo stesso entro il quale viene realizzato il lavoro scientifico[3].

In queste condizioni la domanda che va posta con forza, anzi il dilemma che incalza la nostra disciplina è ancora più impellente e assoluto.

E' ancora in grado la sociologia, intesa come scienza, di leggere la complessità in atto? Le sue analisi e interpretazioni rispondono - non dico al vero - ma alla realtà in quanto tale ? Il suo discorso ha un senso per gli uomini e le donne del nostro tempo? Sono interrogativi e, di conseguenza, sfide, cui i sociologi che rispettano e amano il loro lavoro non possono sottrarsi. E infatti la letteratura sociologica non è avara di ricerca in questa direzione.

Anzi, sembra che si vada affermando una convinzione sempre più diffusa: che il soggetto, la realtà su cui bisogna puntare lo sguardo, in un certo senso lanciare un'ancora di salvataggio, sia l'essere umano concreto, reale, solo[4] e, allo stesso tempo, assediato dalle trame sistemiche sempre più strette e numerose[5]. Di più, le conquiste scientifiche, soprattutto nel campo dell'ingegneria genetica e delle tecniche informatiche e telematiche che sono solo all'inizio, ci spingono a domandarci se non ci troviamo dinanzi ad una rivoluzione antropologica. Il "soggetto umano" e il suo contesto sociale sono solo in trasformazione o addirittura in pericolo?

Bauman afferma: «Se la sociologia intende ancora svolgere il proprio compito che da sempre è stata la sua vocazione - alimentare cioè il dialogo tra l'esperienza umana e la sua interpretazione - allora deve necessariamente rifocalizzare la propria attenzione cognitiva sulla trasformazione della condizione umana»[6].

La condizione umana, quindi, una sociologia umanistica, appassionata di analizzare, comprendere, valorizzare e promuovere l'essere umano nella sua dimensione relazionale e sociale, ricco di identità e capace di socialità in un continuo e arricchente movimento di crescita, evoluzione, dono, in mezzo a fatiche, sofferenze, contrasti, difficoltà. Una sociologia umanistica che sia in grado di rilevare i rischi e i traumi di una cultura che ha elevato a protagonista supremo l'individuo assolutizzando le dimensioni di identità e libertà e svalutando le dimensioni della solidarietà, della responsabilità e del dono. La sociologia vista in questa prospettiva può accogliere concetti nuovi come "persona"[7] nelle proprie categorie non come un optional ma come un'operazione coraggiosa e necessaria. E, di seguito, altri concetti come amore-agape[8], fraternità, unità, comunione.

Alla luce di questa realtà, Social-One si prefigge di ricavare spunti di riflessioni, di ricerca, chiavi di lettura e interpretazione della realtà sociale. Cominciamo ad evidenziare interessanti prospettive con un nostro specifico contributo che pensiamo originale nei contenuti e nel metodo[9].

Ci sentiamo vicini, anzi, compagni di strada, nonché debitori di quella schiera - sempre più numerosa - di sociologi che ovunque nel mondo, utilizzando il loro sapere e i loro metodi e lasciandosi anche coinvolgere dalla loro vocazione, si chinano con rispetto e con amore sulla società smarrita con palese difficoltà di comprendere la propria storia e il proprio cammino; che si avvicinano alle donne e agli uomini del nostro tempo con lo sguardo caldo ed empatico dell'incontro con l'incertezza, la sfiducia, la paura, l'isolamento. Perciò dicevo che Social-One ingloba sociologi e studiosi di servizio sociale. Questo per noi è una sfida che raccogliamo con fiducia perché crediamo in una sinergia profonda tra pensiero e prassi, tra cultura e vita.

La cultura in cui crediamo e che ci interessa non deve essere solo nozionistica, una cultura che implica solo il raziocinio e l'intelligenza. La cultura deve essere totale nel senso di investire tutto l'essere umano, con tutte le sue capacità ed espressioni, e deve essere vitale nel senso di saper affrontare i problemi del pensiero non come problemi astratti ma, appunto, in modo reale, vitale.

Comprendere il nocciolo della questione, penetrare il senso delle cose che contano e che sono sostanziali, non si ottiene con pensieri astratti ed ermetici ma scendendo nel cuore della realtà, a contatto con l'umanità vera, fatta di uomini e donne, di gente semplice e gente colta.

La cultura che inseguiamo è una cultura per tutti, oserei dire "popolare" nel senso più bello e vero del termine. Una cultura che possa innervare la vita della società tutta penetrando e diffondendosi attraverso i moderni mezzi della comunicazione sociale, alimentando di valori il formarsi delle coscienze, promuovendo il sorgere di un tessuto sociale con capacità dialogica per una integrazione creativa e multiforme.

Certo, esisteranno sempre gli "specialisti" - e noi ci mettiamo in questa categoria -, quei pensatori che dovranno affrontare lo sforzo e la fatica di racchiudere le idee nel "concetto" con il rigore delle sue leggi, nel rispetto del metodo scientifico.

Ma i contenuti della cultura, anche quella sociologica, dovrebbero essere, per così dire, "sciolti", sbriciolati, in modo che possano essere compresi non solo da una cerchia di iniziati, ma da tutti, dotti e ignoranti. Le persone semplici che non hanno fatto grandi studi sono spesso capaci di intuizioni profonde, di comprensione dei problemi più complessi.

A proposito, mi viene in mente un fatto di tanti anni fa e che, allora, mi colpì profondamente.

Erano gli anni sessanta e mi trovavo nella mia città, Recife, nel povero Nordest del Brasile. Studiavo Legge all'università. Appena sparsa la voce che Georges Gurvitch era in città, subito nella nostra facoltà si è pensato di invitarlo per tenere una conferenza. Qualcuno lo ha incontrato e ha fatto la richiesta. Lui ha risposto: «Non ho tempo. Posso stare qui solo una settimana e questo paese è un laboratorio incredibile di relazioni sociali. Devo passeggiare e guardare la vita».

Dicevo che la sociologia può offrire, a chi opera nel sociale, indirizzi e modelli di lettura e comprensione della realtà, i quali, oltre che orientare la pratica professionale sul campo - nella varietà dei campi di applicazione - supportano talvolta l'elaborazione di strategie adeguate nel chiarire gli obiettivi, i fini, sino alla definizione di modelli teorici operativi per il lavoro sociale.

D'altra parte i sociologi nel contatto dialogante e nella reciproca collaborazione con il servizio sociale professionale e la sua elaborazione teorica, dispongono di una opportunità di confronto con una conseguente possibile sorgente di nuovi elementi e stimoli creativi nei riguardi delle proprie teorie, categorie, sintesi di analisi.

Pur essendo una realtà agli inizi e germinale, Social-One desidera ardentemente imparare e ascoltare tutta la comunità scientifica, convinta come è che in tempi di frammentazione culturale si impone uno sforzo e un impegno di dialogo costruttivo a tutto campo, all'interno delle discipline e fra le discipline al fine di raggiungere nuove sintesi né assolute, né compiute, ma sempre aperte a nuovi apporti, ricerche, contenuti.

Ci sembra che sia sempre di più convinzione generale che, davanti alle trasformazioni radicali della società, le categorie di cui la scienza sociologica è dotata hanno oggi bisogno di essere riviste se non reinventate, perché ormai non sono più in grado di capire la realtà sociale.

Inventare nuove categorie o modelli non è cosa da poco, ma se i sociologi non si misurano con le nuove sfide, la loro scienza quanto meno rischia di diventare ripetitiva e, in fondo, inutile.

In questo senso ci troviamo in sintonia con Baumann quando afferma: «La sociologia in questo momento si trova di fronte ad un cambiamento epocale e mai come ora ha bisogno di nuove idee, nuove immagini, nuove prospettive. In queste condizioni non si può permettere di essere troppo selettiva. Credo che essa abbia urgente bisogno di dimenticare la propria ossessione per i confini disciplinari e per i diritti intellettuali. La sociologia, e qui lo ribadisco, è sfidata ad aprirsi, a diminuire l'intensità del controllo sui propri confini, a favorire attivamente flussi immigratori da quei territori disciplinari che in passato venivano considerati stranieri e pericolosi. Dove un'idea è stata concepita e sviluppata non è più una questione così rilevante; quello che importa è quanto essa possa essere utile all'interno dell'officina sociologica, i cui strumenti sono ormai logori ed inutilizzabili»[10].

Anche il sociologo di Lovanio Guy Bajoit nella presentazione della sua opera Pour une sociologie relationnelle è molto esplicito: «Le nostre società conoscono in questo momento un mutamento culturale molto profondo. Per agire su questo cambiamento è necessario che noi siamo capaci di pensarlo, e per farlo, noi dobbiamo disporre di strumenti di analisi adeguati. Ora, i paradigmi, le teorie e i concetti che ci propone la sociologia attuale sono intimamente legati al modello culturale dell'industrializzazione, ereditato dai secoli passati, soprattutto dal secolo XIX. Se, come credono alcuni, il cambiamento attuale, il mutamento attuale è così profondo da investire lo stesso modello culturale industriale, allora noi siamo autorizzati a pensare che le teorie sociologiche di cui disponiamo sono diventate inadeguate per pensare il cambiamento. Di conseguenza diventa indispensabile e urgente fondare, sulla nostra esperienza, ma anche al di là di essa, un paradigma, una teoria e dei concetti che non siano più tributari del modello industriale e permettano di pensare il mutamento in corso con un nuovo contesto culturale »[11].

Un nuovo contesto culturale che, in epoca di globalizzazione, non può che essere multiforme, nel senso di affondare le proprie radici nelle varie componenti della cultura europea cristiana e non, e, migrando dall'occidente verso altre latitudini, in quelle culture profondamente radicate nel buddismo, nell'induismo, nel confucianesimo, nell'Islam, nel pensiero africano.

Sorgeranno nuovi paradigmi e nuovi discorsi scientifici e, come dice Bajoit: «Ogni discorso si dà un lessico specifico: da una teoria all'altra le parole considerate come dei concetti sono differenti. Ogni teoria produce ipotesi che formano i suoi modelli esplicativi. Ogni produttore di idee obbedisce così a un orientamento epistemologico particolare, che si iscrive esso stesso in un principio di senso più grande, ossia il modello culturale»[12].

Siamo convinti anche noi con Thompson che «non c'è mai stato un periodo migliore di questo per essere un sociologo, perché dobbiamo reinventare la disciplina per il ventunesimo secolo»[13].

Con l'audacia inevitabilmente velleitaria dei neofiti, ma allo stesso tempo incoraggiati da coloro che, ben più attrezzati di noi stanno aprendo nuove strade, anche Social-One vuole dire una parola ancora esile e balbettante sulla possibilità di trovare nuovi paradigmi e modelli, nuove categorie che vengono da altri lidi ma che può essere utile alla sociologia nello svolgimento del suo compito.

 


[1]  K. HEMMERLE, Partire dall'unità, Città Nuova, Roma 1998, pp. 60-61.

[2] Cf  A. GIDDENS, Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino, Bologna 2000; Z. BAUMAN, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulla persona, Laterza, Bari 1999; IDEM, Modernità liquida, Laterza, Bari 2002; J. E. STIGLITZ, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Milano 2002; U. BECK, Che cos'è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Carocci, Roma 1999.

[3] Cf  La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi,Torino 1995³.

[4] Cf Z . BAUMAN, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2003.

[5] IDEM, La società sotto assedio,  Laterza, Roma-Bari 2006.

[6] Cf  IDEM, Una nuova condizione  umana, Vita e Pensiero, Milano 2003, p. 60.

[7] Cf  GRUPPO SPE (a cura di), Verso una sociologia della persona, Franco Angeli, Milano 2004.

[8] Cf  L. BOLTANSKI, Stati di pace. Una sociologia dell'amore, Vita e Pensiero, Milano 2005; P.A. SOROKIN, Il potere dell'amore, Città Nuova, Roma 2005.

[9] Questi nostri primi contributi li abbiamo esposti in tre Congressi: il primo nel 2002 (La relazione sociale), il secondo nel 2003 (Il conflitto nella tradizione sociologica e alla luce del carisma dell'unità) e il terzo nel 2005 (Rapporti sociali e fraternità: paradosso o modello sostenibile? Una prospettiva a partire dalle scienze sociali) i cui "Atti" sono stati in parte pubblicati sulla rivista "Nuova Umanità", 162 (2005).

[10]Z. BAUMAN, Una nuova condizione umana, cit. p. 64. Pensa allo stesso modo U. Beck: «Le trasformazioni globali rappresentano un cambiamento sostanziale che ci provoca a sviluppare nuovi concetti per sostituire ciò che, provocatoriamente, chiamo concetti "zombie". I concetti "zombie" sono quei concetti che erano appropriati per il periodo del nazionalismo metodologico. Ma essi non sono più adatti per l'epoca contemporanea» (La svolta cosmopolita  a cura di M. MAGATTI e M. MARTINELLI, in "Studi di Sociologia", 2 [2005], p. 107).

[11] PUF, Paris 1992, p. 124.

[12] IBIDEM, p. 214.

[13] La sociologia nel XXI secolo, intervista a G. B. THOMPSON, in "Studi di sociologia", 2 (2006), p. 201.

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